PSICOTERAPIA DEL TRAUMA TRA APPROCCIO IPNOTICO E RICERCA DI SENSO


Riassunto:

A partire dall’elaborazione antropologico-filosofica del soggetto da parte di alcuni filoni del pensiero contemporaneo si cercherà di sottolineare la capitale importanza di un lavoro psicoterapeutico sul trauma. In particolar modo, alla luce delle evidenze scientifiche sull’argomento, si tratteggerà, grazie ad uno studio di caso, un’impostazione terapeutica che comprenda psicoterapia ipnotica, logoterapia frankliana e orientamento al futuro. Il tutto nell’ottica di promuovere una posttraumatic growth, segnalata dalla letteratura come il punto di arrivo per la corretta elaborazione del trauma e per un soddisfacente ritorno alla vita.



Introduzione

Possiamo dire che, in relazione al soggetto, la riflessione filosofica contemporanea ha seguito, in linea di massima, due linee di sviluppo. Da un lato, sulla scorta delle critiche nietzscheane alla morale e di quelle heideggeriane alla metafisica, ha preso un definitivo congedo dall’autotrasparenza del cogito cartesiano, smantellando progressivamente il concetto stesso di soggetto, fino alla sua tumulazione; dall’altro, sulla scorta del pensiero di Kierkegaard, della fenomenologia husserliana e dell’analitica esistenziale di Heidegger, ha sì demistificato la presunta assolutezza del cogito, come figura del soggetto-supposto-padrone, ma, nel contempo, ha elaborato una nuova concezione dell’io. Un cogito concreto, come emerge dalle riflessioni di P. Ricoeur e E. Lévinas, immerso nella viva carne del mondo, con un preciso status storico e biologico.

Scrive emblematicamente Lévinas: “ [Non è possibile] misconoscere la sincerità della fame e della sete, [poiché questo…] significa, con il pretesto di salvare la dignità dell’uomo compromesso dalle cose, chiudere gli occhi sulle menzogne di un idealismo capitalista, sulle evasioni nell’eloquenza e nell’oppio che propone” (1).

Questo soggetto, radicato nei suoi bisogni, concretamente esistente, è anche soggetto traumatizzato, nel senso dell’inquieto stupore, nei confronti di un’esistenza che sempre lo interpella ad un interrogativo di senso, a partire dall’estraneo che lo abita (il carattere non scelto, direbbe Ricoeur (2), l’inconscio, e, in particolare, l’altro).

Proprio sull’irruzione dell’altro sulla scena dell’io, scrive S. Žižek: “ ‘trauma’ indica un incontro scioccante che esattamente turba questa immersione nel proprio mondo della vita, l’intrusione violenta di qualcosa che non va […]. L’uomo non viene semplicemente sopraffatto dall’impatto con l’incontro traumatico - come dice Hegel, egli è capace di “intrattenersi con il negativo” - di contrapporsi al suo impatto destabilizzante tessendo un’intricata ragnatela simbolica” (3).

Anche l’irruzione del trauma psicologico, inteso come l’estraneo, l’altro, rispetto al soggetto-supposto-padrone, ha la natura di una “intrusione violenta”, di un “incontro scioccante” che turba il consueto fluire della vita. Di conseguenza, nella pratica di cura, il trauma non investe solo l’aspetto tecnico-terapeutico ma anche, e soprattutto, la questione del senso, a partire da un soggetto che divenga consapevole della sua costitutiva fragilità, contro ogni forma di sapere assoluto, e, nello stesso tempo, che sappia anche farsi progettualità incarnata, capace di intercettare il futuro nel segno dell’av-venire .

Psicotraumatologia e questione di senso

Negli ultimi anni la psicotraumatologia, il ramo della psichiatria e della psicoterapia che si occupa di studiare il fenomeno traumatico e la sua incidenza sull’aspetto mentale, è in continuo sviluppo, grazie soprattutto al fondamentale apporto delle neuroscienze, che stanno chiarendo i funzionamenti più nascosti del nostro cervello (4,5,6).

Dobbiamo però comprendere, in chiave psicologica, cosa rientri nel trauma e quali siano i risvolti cognitivo-emotivo-comportamentali per la persona. La Shapiro (7) pone una interessante distinzione tra traumi, distinguendoli in due grandi macro aree: quelli con la “T (maiuscola)”, che includono eventi percepiti con intensa paura/minaccia alla propria vita (tra cui incidenti catastrofici, guerre, eventi climatici distruttivi ecc.) e traumi con la “t (minuscola)” che si associano, invece, a esperienze della vita di tutti i giorni, eventi di minore intensità emotiva e fisica rispetto ai precedenti, ma comunque disturbanti in termini di elaborazione per il soggetto (umiliazioni, delusioni, litigi). Il trauma, come dice Derrida (8): “«Che cos’è un evento traumatico? In primo luogo, ogni evento degno di questo nome, anche se è “felice”, ha in sé qualche cosa di traumatizzante. Esso infligge sempre una ferita al corso quotidiano della storia, alla ripetizione come all’anticipazione normale di ogni esperienza. Un evento traumatico non è solamente segnato, in quanto evento, dalla memoria, anche incosciente, di ciò’ che è successo […]. E’ l’avvenire che determina l’inappropriabilità dell’evento, non sono né il presente, né il passato […]. Il trauma è prodotto dall’avvenire, dalla minaccia del peggio a venire piuttosto che da un’aggressione” bella e finita”»

I traumi hanno, dunque, quantità e qualità variabile e possono incidere sull’assetto psicologico della vittima, generando sintomi che condizionano pesantemente la vita dell’individuo, fino a generare il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Il DSM – 5 (9), definisce, tra l’altro, alcuni sintomi di questa patologia, in cui si evince come il soggetto possa esperire una perdita di significato dell’esistenza: “ […] 5) marcata riduzione di interesse o partecipazione ad attività significative; 6) sentimenti di distacco o estraneità verso gli altri; 7) Persistente incapacità di provare emozioni positive (per es. incapacità di provare felicità, soddisfazione o sentimenti d’amore)”. Questo vale, naturalmente, anche in ambito giuridico. Tale approccio terapeutico, infatti, si potrà riverberare con effetti proficui anche sotto il profilo del diritto dell’individuo ad avere giustizia, qualora il trauma fosse cagionato da un altrui comportamento illecito o delittuoso.

Sovente, infatti, le vittime di abuso o coloro i quali subiscano un lutto familiare in seguito ad un delitto efferato, si ritrovano costretti ad affrontare l’asettica ed impersonale aula di giustizia, nella quale il trauma viene riesumato e riecheggia nelle carte processuali senza che chi l’ha subito possa evitarlo (10, 11).

Molto spesso, altresì, il racconto della vittima risulterà essere la prova regina, quella decisiva per ascrivere il fatto di reato al soggetto agente.

Ma se tale racconto risultasse lacunoso, ombroso o contraddittorio, l’intero impianto accusatorio ne risentirebbe e la vittima si ritroverebbe nell’apodittica condizione di rivivere un secondo trauma: il diniego di giustizia (12, 13).

Ecco perché rielaborare il trauma acquista una valenza imprescindibile, affinché il soggetto che lo ha vissuto possa ricostruire l’evento con occhi diversi e rinvigorito da un percorso terapeutico che possa conferire al paziente una visione di vita proiettata al futuro e non rigidamente ancorata al fatto pernicioso.



Per contro, il costrutto di crescita post-traumatica (posttraumatic growth - PTG), teorizzato da Calhoun e Tedeschi (14), è definito come l’esperire un cambiamento psicologico positivo dopo aver fronteggiato eventi avversi o esplicitamente traumatici nella vita. Gli stessi autori (15), infatti, suggeriscono che questa crescita umana post-traumatica includa maggiore apprezzamento per la vita, ristrutturazione delle priorità, aumento della soddisfazione emotivo-affettiva nelle relazioni intime, maggiore consapevolezza della propria forza, riscoperta di nuove possibilità e, da non trascurare, crescita spirituale (16).

Questa maturazione cognitivo-affettiva trova pieno appoggio all’interno della teorizzazione umanistico-esistenziale e ha una ben determinata priorità, poiché, come sostenuto da Frankl (17), è significato fondante, senso dell’esistenza: “E’ noto che Maslow ha distinto i bisogni tra inferiori e superiori: il soddisfacimento dei bisogni inferiori è condizione necessaria per poter soddisfare i bisogni superiori. Tra questi ultimi egli pone anche la volontà di significato, ritenendola anzi la “motivazione primaria dell’uomo”. Ciò vorrebbe dire, però, che l’uomo avverte il desiderio di un senso della vita solo se il resto gli va bene (prima il mangiare, poi la morale). E questo in contraddizione a quanto noi […] abbiamo sempre più occasione di osservare: il bisogno e l’interrogativo per un senso della vita divampano quando le cose vanno peggio. Ciò può essere testimoniato dai nostri pazienti prossimi alla morte, come pure ai sopravvissuti ai campi di concentramento e ai campi di prigionia”.

L’attuale ricerca (18,19) si è focalizzata, inoltre, sull’individuazione degli aspetti che possano promuovere la PGT o, viceversa, portare il paziente ad un PTSD. Appare abbastanza evidente dagli studi (20) che un alto livello di supporto sociale (di cui sono individuabili le componenti supporto strumentale e di supporto emozionale) sia il fattore determinante per raggiungere un buon adattamento e una crescita, come esito dell’elaborazione traumatica. Per supporto strumentale intendiamo aiuti pragmatici e strategie di problem solving; per supporto emozionale, invece, ci riferiamo a espressioni di benessere, cura-accoglienza e vicinanza di affetti. Il supporto sociale, in particolar modo il supporto emozionale, è stato fortemente associato alla PTG (16), anche se non tutti gli studi sono concordi con questo collegamento (21).

Sicuramente, sia nella componente strumentale che, a maggior ragione, in quella emozionale, possiamo inserire la ricerca del significato, se è vero come affermato da Frankl (22): “La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita – proprio come il destino e la morte […]. Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la “sua croce”, sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza.”.

Utilizzare sia contenuti pragmatici, che stili di coping emozionali è una capacità dell’essere umano nelle situazioni di piena sofferenza, da cui, come visto, scaturiscono nuovi significati e un nuovo senso, che potrebbe essere assimilabile al costrutto di PTG. Questo nuovo senso nella vita, è traducibile, operativamente, come “nuovo orientamento al futuro”, spesso duramente interferito nei pazienti traumatizzati (23).

L’orientamento al futuro è una piattaforma su cui la logoterapia frankliana pone le sue basi (24): ”Due compagni rivelarono nel modo tipico […]« di non sperare più nulla dalla vita ». Ad entrambi si poteva chiarire ancora che la vita attendeva qualcosa da loro, che qualcosa li aspettava nella vita, nel futuro. In effetti risultò proprio che una persona attendeva uno dei due: il figlio adorato «attendeva» all’estero il padre: L’altro, invece, non aveva nessuno, ma l’”attendeva” una cosa: la sua opera! […] L’essere indispensabile e insostituibile, tipici d’ogni individuo, fanno apparire nella giusta misura, non appena affiorano nella coscienza, la responsabilità che un uomo ha della sua vita, lo incitano a continuare a vivere. Un uomo pienamente consapevole di questa responsabilità nei confronti dell’opera che l’attende o della persona che lo ama e che l’aspetta, non potrà mai gettar via la sua esistenza. Egli sa bene il perché» della sua vita — e quindi saprà sopportare quasi tutti i «come»“. Quindi: “se l’uomo perde il suo futuro, la vita stessa si dissolve nella sua struttura”. Questa intuizione biografica è stata confermata da diverse ricerche: per esempio è stato dimostrato che (25) un’assenza di prospettiva (future orientation) è predittiva di bassa autostima, dipendenza da droghe, gioco d’azzardo e, addirittura, comportamenti antisociali. Uno studio ha sottolineato come indurre le persone a pensare al futuro rispetto al presente migliori il senso auto-riferito della vita, attraverso la genesi di eventi più significativi (26).

Puntare su un intervento che permetta al soggetto di immaginare il futuro, generando una nuova progettualità, sembrerebbe essere l’optimus per una buona rielaborazione dei traumi e per porre in essere una crescita post-traumatica. Considerando anche le parole della Kübler-Ross (27) che, parlando della malattia terminale, arriva ad affermare: “È la negazione della morte che è parzialmente responsabile delle vite vuote e senza significato che la gente conduce; perché quando vivi come se dovessi vivere per sempre, diventa troppo facile posporre le cose che sai di dover fare”. La morte può essere usata, come motivatore universale, per promuove nuovi stili di vita e nuovi progetti, cosi come sottolineato anche da Guttmann (28): “preoccupation with death, and costant reflection on it, prevents people from doing their immediate tasks. Thoughts about death have a negative psychological impact on them. On the other hand, an optimistic attitude to life and setting realistic goals in the short run lessen the anxiety caused by the idea of death. […] Contrary to expectations, religion and spirituality do not significantly affect fear of death.”

E’ quindi probabile che pazienti estremamente angosciati dalla morte siano fortemente sollecitati da un momento, un periodo, in cui il significato e la proiezione verso obiettivi futuri è inibita o addirittura bloccata.

Se queste considerazioni sono vere, utilizzare una modalità di “ragionamento” diversa, a cavallo tra realtà e immaginazione, potrebbe aiutare il terapeuta a superare le inevitabile difese razionali poste in essere contro le ansie dovute al cambiamento.

L’ipnosi è un fenomeno psicosomatico che coinvolge la dimensione fisica e quella psicologica di ogni individuo umano. Questa particolarità la rende uno strumento clinico utilissimo nella gestione di problematiche esistenziali, franche psicopatologie, stati dolorosi e per la rielaborazione delle esperienze traumatiche (29,30). Non possiamo però prescindere dalla definizione data da Erickson e Haley (31), specialmente quando affermano che: “l’ipnosi non è altro che una condizione naturale che si verifica spontaneamente in diversi momenti della vita quotidiana (Common everyday trance) e che può essere indotta nel pieno rispetto delle esigenze e delle capacità della persona”. Due aspetti, indipendentemente dagli ambiti di applicazione, devono essere sottolineati: la naturalezza della trance ipnotica e il rispetto delle esigenze. Nel primo caso, parlando di spontaneità, si leva l’ipnosi da quell’alone di suggestione magica, di controllo della mente che ha caratterizzato negativamente l’evoluzione e la storia della disciplina. Il rispetto delle esigenze e delle capacità impone una coerenza tra le aspettative, i vissuti del cliente e l’obiettivo che ci si pone come meta del lavoro terapeutico. Parlando di ipnosi, infatti, intendiamo non una mera tecnica ma un corpus di conoscenze più ricco e orientato teoricamente, cioè la psicoterapia ipnotica.

L’ipnoterapia ericksoniana si pone come scopo principale quello di accedere al potenziale inconscio e alla capacità naturale di apprendere del paziente, depotenziando allo stesso tempo eventuali schemi limitanti. Se questo è vero, l’utilizzo della psicoterapia ipnotica applicata alla rielaborazione dei traumi, degli abusi e delle violenze mira ad una integrazione cognitiva adattiva, ad una elaborazione dell’evento traumatico, facendo leva sulle risorse personali acquisiste nel corso di una vita e probabilmente bloccate dall’evento traumatico stesso. Inoltre, per sua stessa natura, l’ipnosi fornisce al paziente la possibilità di rivivere il trauma attraverso tutti i canali percettivi, cogliendo cosi pensieri, ricordi, sensazioni ed emozioni spesso tralasciati dalle psicoterapie “parlate” (poiché per la maggior parte inconsci). La psicoterapia tende a rendere adattiva l’esperienza traumatica, trasformandola in un evento con una direzione, un significato e un orientamento aperto al futuro. Capita spesso che pazienti trattati con psicoterapia ipnotica, sviluppino un miglior livello di conoscenza di se stessi e delle proprie risorse e che, grazie a questa consapevolezza, in uno stato modificato di coscienza, pongano in essere, nella vita quotidiana, obiettivi e intenzioni per nuovi comportamenti nel futuro. Dall’unione delle intuizioni logoterapiche sul significato nell’esistenza è possibile impostare un lavoro terapeutico rivolto, con l’utilizzo della tecnica ipnotica, al promuovere la PTG. Lo studio di un caso potrebbe meglio chiarire l’impostazione teorica.



Il caso di Marco: nessun affetto, nessun futuro.

M., 24 anni, si presenta in terapia, inviato dallo psichiatra di riferimento (già in trattamento da circa due mesi con psicofarmaci), con un importante nucleo psicotico legato ad una precedente relazione vissuta circa cinque anni prima (negli anni del liceo). Questa relazione sentimentale, in realtà, non si è mai consumata, appare decisamente idealizzata e si limita a qualche scambio di battute tra i banchi di scuola. Tuttavia il legame con G. appare una storia piena, vissuta e raggiunge connotati di deragliamento della realtà nel momento in cui il paziente è estremamente convinto di non trovare più nessuna donna con cui vivere una storia d’amore cosi passionale. Un aspetto va però segnalato: M. è convinto di aver raggiunto il massimo grado di comprensione, di sollecitazione emotiva positiva, qualcosa, addirittura, di mai sperimentato prima, proprio in questa presunta relazione. Non sa dare altri dettagli di Maria: non sa dove viva ora (ha cercato inutilmente, scrivendole grazie a delle chat, di ricontattarla), cosa ha fatto dopo l’uscita dal liceo, come è fisicamente oggi (porta in seduta una foto scattata cinque anni prima, utilizzandola come pro-memoria).

La vita di M. è costellata di delusioni, a partire dalle scuole (non ha scelto volontariamente l’indirizzo di studio), nelle relazioni e nelle scelte lavorative. Vive un periodo di disoccupazione, dopo il trasferimento in uno stato estero, che segna il punto di maggiore disagio: M. tenterà il suicidio e, non riuscendoci, inizierà un percorso di ritiro su se stesso che permarrà sino alla prima seduta di psicoterapia. Ritiro caratterizzato da assenza totale di interesse per le amicizie e i sentimenti, per la nuova attività lavorativa, per lo sport (che rappresentava invece, prima della crisi, un punto essenziale di sfogo e di ricarica). La totale perdita di significato, di obiettivi, di prospettive future è così completa, la vita appare a M. con un continuum di giorni sempre uguali, senza soddisfazioni, senza colori, nei quali solo il ricordo delle emozioni generate dallo pseudo-innamoramento nei confronti di G. sembrano tenerlo in vita. Sperimenta cioè disperazione legata all’insuccesso personale, senza concepire la possibilità di poter ricostruire la sua esistenza: “sono finito, morto” le sue parole.

Si sofferma, inoltre, su un’amara considerazione, tuttavia utilissima per la terapia: nella vita non ha mai scelto niente autonomamente, ma è sempre stato guidato dai genitori e dalla sorella maggiore nelle decisioni centrali, vissute come imposte e quindi incapaci di generare motivazioni reali verso i compiti. Tra l’altro, sostiene che il clima familiare sia sempre stato improntato ad una rigida educazione e mai all’accoglienza, carenza questa che, a suo dire, si evincerebbe dalla sua chiusura affettiva e relazionale.

Durante la seduta di ipnositerapia, ci concentriamo sul senso che la sua esistenza potrà assumere, con verbalizzazioni legate al prendere decisioni di fronte ai bivi, percorrere nuove strade lasciandosi stupire dalle scoperte lungo il percorso. Un esempio di verbalizzazione è stato il seguente: “[…] mentre continui nel tuo cammino potrai, come nella realtà, decidere una direzione verso cui andare… e molto spesso, anche se lentamente, dovrai fare delle scelte… prendere una direzione significa dare un senso al nostro viaggio. […] molto spesso durante un viaggio, come sicuramente ti sarà capitato nella tua esperienza (lunga pausa), possono esserci piacevoli sorprese che non avevi messo in conto alla partenza, che incontri e che ti fanno apprezzare il percorso […] facendoti credere ancora di più nella direzione che hai preso, con la massima soddisfazione nei confronti del tuo intuito e nella tua capacità di scelta. Spesso si è più soddisfatti per ciò che incontriamo casualmente che per ciò che riusciamo a prevedere, poiché non sempre riusciamo a prevedere ciò che ci accadrà con i dati concreti che abbiamo in mano (lunga pausa). […] E se dovessi incontrare situazioni avverse, che ancora non conosci… non lasciarti fermare da alcun ostacolo… da nessuna difficoltà, non perdere tempo e soprattutto forze, ma fa come l’acqua di un fiume che aggira quell’ostacolo…e poi riprende il suo cammino… solo, ricordati e mantieni la tua direzione, (lunga pausa) … il tuo inconscio ti darà tutti gli strumenti che ti servono per raggiungere quella meta che ti sei prefissato”.

La ricerca di un nuovo significato, di nuove prospettive per il futuro, partendo da circostanze ed eventi di vita ineluttabili, deve però poggiare su basi estremamente solide. Il riconoscere a se stessi che le proprie sofferenze non siano state inutili e che, nelle peggiori condizioni, anche nella disperazione e nell’angoscia più laceranti, siano preziosissime fonti di risorse per impostare un ragionamento sul futuro, sarà il passo successivo della psicoterapia di M.

A tal proposito, una seduta di ipnositerapia in particolare appare essere quella in cui M. ha potuto sperimentare questo particolare valore dell’atteggiamento, cioè l’inscrivere il dolore in un contesto adattivo di senso della vita: “ […] durante la tua vita, avrai sicuramente potuto osservare come si comportano gli alberi nei momenti in cui sono sottoposti a venti, tempeste o intemperie… (lunga pausa) […] tutti gli alberi, se ci riflettiamo, sopravvivono grazie ad una base sicura, le proprie radici, che nel tempo sono cresciute, e si sono estese sottoterra (pausa)… e non sempre i terreni su cui si sviluppano sono terreni facili, semplici su cui crescere, ma nonostante questo mantengono l’albero in equilibrio e si rinforzano… questi alberi possono essere piegati dal vento o dalla neve, ma raramente si spezzano… si piegano, certo, e questa è anche una qualità che permette loro di sopravvivere alle intemperie peggiori. E se ci pensi, l’uomo non è forse simile? Non poggia su solide basi costantemente rinnovate, che partono dalle esperienze? […]”

La settimana successiva, circa 3 mesi dopo l’inizio della terapia, M. appare notevolmente sollevato. Durante il colloquio sembra essere decisamente meno rassegnato, mi parla di G. come di un’esperienza di sofferenza, ma che gli ha permesso di riflettere sulla sua “improrogabile necessità” di avere affetto e riscoprire, cosi, il calore delle emozioni. Ha anche nuove aspirazioni per il futuro, prima su tutte quella di cambiare lavoro, di dedicarsi a qualcosa di più creativo. Mi parla di un progetto: diventare fotografo, sottolineandomi come non sia nemmeno interessato al giudizio dei suoi famigliari.

E’ necessario ora rinforzare e favorire il recupero delle capacità di problem solving e la percezione consapevole di nuovi punti di vista, per aumentare e consolidare sia l’aspetto strumentale che quello emozionale legato alla PTG. Utilizzo, ovviamente, come suggerito dal principio di tayloring ericksoniano, la sua passione per la fotografia: “[…] un buon fotografo sa bene che per ottenere una buona immagine è necessaria una serie di fattori… primo tra tutti il trovare, in base alle proprie esperienze, il giusto soggetto [lunga pausa]… questo richiede fortuna, ma anche capacità immaginativa, cioè saper scegliere e immaginarsi come potrebbe venire la foto… e allora è necessario immaginarsi quel soggetto, magari un panorama, da diversi punti di vista, poiché diverse prospettive danno una maggiore ricchezza di dettagli [lunga pausa], generano, i punti di vista, maggiore consapevolezze su ciò che stiamo fotografando… e anche diverse emozioni… [lunga pausa]. Tuttavia è richiesta anche una buona dose di tecnica, perché bisogna conoscere adeguatamente la mia macchina fotografia, gli strumenti a disposizione e le diverse condizioni ambientali in cui mi trovo a fotografare [lunga pausa]… ma questo, tecnica e emozioni, è già dentro di te, poiché hai avuto già numerosi scatti sulle tue spalle […] e molto spesso impariamo dalle circostanze della vita anche quando non siamo pienamente consapevoli di stare per imparare… dentro di noi già esistono esperienze che possono insegnarci come comportarci anche in altre occasioni…”

Dopo circa 6 mesi dal primo incontro M. si iscriverà ad un corso per fotografo, che lo formerà all’utilizzo di macchine fotografiche complesse. Inizierà un’attività parallela al suo lavoro come fotografo, soprattutto legato a cerimonie ed eventi sportivi. La sua prospettiva è ora cambiata, vuole essere lui artefice del suo futuro, soprattutto in campo relazionale. Prenderà posizione rispetto ad alcuni colleghi (“bisogna sentire diversi punti di vista, poi decidere per il meglio”) e, dimenticata G., “che ringrazio per avermi fatto comprendere che tutto in me non andava” vivrà una nuova relazione con una ragazza conosciuta ad una giornata fotografica.

Finalmente un ventaglio di scelte, le prime di una lunga serie, autonome e ponderate, che partono dal suo desiderio di ridare nuovo slancio, nuovo senso e nuovo futuro alla sua esistenza.



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